Il canto del merlo

Poco prima del tramonto i merli cantano di qua e cantano di là. Nel breve attimo di silenzio che c’è tra il canto dell’uno e il canto dell’ altro (i più vicini a me), mi intrometto a cantare anch’io, fischiettando. Ma mi accorgo subito che restare zitto è la decisione più saggia. Non sarei meno buffo, mi dico sorridendo, se osservandoli volare cominciassi ad agitare le mie braccia.

Shh, canta il merlo…
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Etimologia apocrifa della parola ‘acqua’

Ripeto velocemente la parola “acqua” e dopo un po’, a causa del suono, riesco a vedere immagino una fonte e un getto riempiendo una antica brocca di argilla. Mi meraviglio, convinto della sua radice onomatopeica, e poi vado subito su www.etimo.it a cercare conferma della mia casuale scoperta. Sorpresa! La parola acqua non ha un’origine onomatopeica! Proviene dalla radice sanscrita “ak”, che significa “piegare”.

Immagine presa da http://www.etimo.it.
“L’umore che corre serpeggiando” sembra una kenning uscita da un libro di Borges.

Ma adesso mi chiedo: avrà la parola “ak” un’origine onomatopeica?

Nel frattempo però, mentre io non colmi questa lacuna, la parola acqua avrà un’origine onomatopeica, ed io vedrò un remoto antenato ascoltando gli stessi suoni che sono appena usciti dalla mia bocca:

acqua-acqua-acqua-qua-qua-qua-qua-qua…

E nella mia immaginazione questo antenato sarà così remoto che il suono che lui ascolterà non sarà quello di un getto d’acqua riempiendo una brocca di argilla (non era stata ancora creata la prima brocca di argilla!), ma il suono di una lieve onda riempiendo intermittentemente le numerose cavità di una roccia sulla riva di un lago, e dopo un po’, di tanto ascoltare, egli stesso inizierà a ripetere, balbettante, lo stesso suono emesso pochi minuti fa dalla mia bocca:

acqua-acqua-acqua-qua-qua-qua-qua-qua…

Chissà i primi rudimenti delle nostre lingue.

Disforia di regno (remake)

Un anno fa pubblicavo un post con una mia poesia intitolata “Disforia di regno”. Secondo le statistiche di WordPress -di cui mi fido completamente, così come mi fido dei gusti poetici dei suoi utenti- quel post ha avuto zero visualizzazioni. Questa volta, considerando la fotografia con cui ho deciso di accompagnare il testo (molto probabilmente è il testo che mal accompagna la fotografia), ripropongo i miei versi in versione non minerale ma vegetale. Lo faccio con la ferrea convinzione di poter superare il numero di visualizzazioni (non parlo di likes, parlo di vi-sua-liz-za-zio-ni!) della prima volta.

Quando guardiamo un’edera abbarbicata a una parete stiamo guardando quello che anche i nostri antenati sarebbero potuti diventare se, milioni e milioni di anni prima, non avessero imboccato strade evolutive diverse.

Daniel Chamovitz, biologo

Disforia di regno (remake versione vegetale)

A disagio

in questo corpo umano

scontento

della mia coscienza 

è da molto che io anelo

essere di nuovo pietra edera

Robusti fusti di edera: la strada non imboccata…

L’altro versante

E mi nutro a tal punto di lacrime e dolori, con una sorta di disperata voluttà (e questo si può ben dire il massimo delle miserie!) che me ne stacco a malincuore
Petrarca

Il pianto possiede qualcosa di orgasmico: gli spasmi, i singhiozzi, lo stesso effetto sedativo una volta conclusa la frenesia. È come se cercassimo di arrivare allo stesso parossismo, alla stessa vetta, ma da un versante diverso. Come i veri libertini, anche noi abbiamo fame di infinito. Ma a dire il vero, quando percorriamo le vie più agevoli, anche gli orgasmi ci stancano. In realtà ciò che vogliamo non è una petite mort, non è una piccola e breve morte temporale; ciò che veramente vogliamo è una Gran Muerte, una morte definitiva, una morte che sia per sempre.

Battelli siamo, fragili battelli in mezzo alla tempesta (opera di William Turner)

Alba

È l’ora in cui le cose perdono la consistenza d’ombra che le ha accompagnate nella notte e riacquistano poco a poco i colori, ma intanto attraversano come un limbo incerto, appena sfiorate e quasi alonate dalla luce: l’ora in cui meno si è sicuri dell’esistenza del mondo
(Italo Calvino)

Dopo aver contemplato l’alba, il resto della giornata non ha più senso. In questa immagine il sole già illuminava parte del paessaggio.

Neotenia calligrafica

Ho trovato per caso, mentre cercavo qualcos’altro, un documento WPS Office intitolato “Caligrafía de mi niñez” (Calligrafia della mia infanzia). È stato creato a febbraio 2017. È stato un ritrovamento così emotivo che ho lasciato perdere l’obiettivo iniziale della mia ricerca (un documento scaricato da Academia.edu). Di solito, quando sto cercando qualcosa di specifico e mi soffermo in qualcos’altro, mi soffermo temporaneamente, come se quel “qualcos’altro” fosse soltanto una breve digressione, e poi torno all’obiettivo iniziale. Questa volta però mi sono soffermato a lungo, così a lungo che ho deciso di farne un post. In questo documento ho cercato di imitare la mia grafia infantile, una grafia tremolante, irregolare… insomma, la grafia di un bambino. La mia traduzione è apertamente libera.

Questa calligrafia è così brutta irregolare che mi fa pensare alla dentatura di un coccodrillo…

Questa è la mia lettera. Scrivo di nuovo come quando avevo cinque anni, con la mia lingua facendo involontarie contorsioni tra i denti, e disegnando ogni parola senza staccare quasi mai il dito-penna dal foglio-schermo

Tesori

Ieri, mentre tutto il mondo (è un modo di dire) lamentava quello che è successo alla cattedrale di Notre Dame, io, nell’antico rustico dove abito, lamentavo un incidente che avrebbe potuto portare alla morte un pipistrello.

Cos’è successo? Mentre appoggiavo una scala telescopica sulla facciata della mia dimora (eseguo lenti lavori di ristrutturazione, così lenti che probabilmente non li finirò mai), il menzionato pipistrello cadde a terra come fosse un pezzo malandato di intonaco.

Pipistrello appena caduto tra foglie rinsecchite di faggio e pezzi di intonaco.

Lo riconobbi subito: ogni giorno, al tramonto, esce dalla sua tana e inizia la sua colazione di insetti (una volta, lavorando di notte con una torcia frontale, un pipistrello mi è passato accanto, proprio accanto: la mia luce attirava le falene e il pipistrello ne approfittava!)

Il pensiero/timore iniziale è stato: “Merda, l’ho schiacciato!”: sebbene il suo corpicino palpitava, e lui mi minacciava aprendo il suo muso ed emettendo l’acutissimo suono che lo caratterizza, rimaneva lì, per terra, senza scappare. Ho deciso di portarlo fino a un rudere vicino, sperando che si riprendesse da solo.

In questa foto l’avevo appena messo su una lastra di ardesia, per portarlo poi al rudere vicino. Spero che abbia trovato una nuova tana. Il suo sguardo no poteva essere più eloquente.

Alcune ore dopo, quando ho finito i lavori, sono tornato al rudere dove l’avevo lasciato: non c’era, ciò che mi ha dato un senso di sollievo, forse lo stesso senso di sollievo che hanno sperimentato i telespettatori quando hanno saputo che i tesori di Notre Dame erano stati messi in salvo.

La mia speranza è la seguente: se lui non ha reagito quando è caduto per terra forse è dovuto al normale torpore del sonno, torpore che probabilmente aumenta quando le temperature non sono ancora primaverili.

A dire il vero non saprò mai cosa è successo con il povero pipistrello, forse si è veramente ripreso; forse è andato a morire altrove. Almeno ho provato di fare del mio meglio per mettere in salvo questo anonimo tesoro.

“Non toccare le esche”

esca
/é·sca/
sostantivo femminile
1.
Qualsiasi cibo o boccone di cui ci si serve per attirare e catturare gli animali selvatici o i pesci: e. naturale, e. artificiale; fig., a proposito di allettamento volto a ingannare qualcuno.

“Se c’è un predatore c’è una preda. E se c’è una preda, c’è un’esca. Quest’esca è, strutturalmente, la pubblicità. Senza l’esca, il predatore faticherebbe molto nel far cadere in trappola le prede” (Bernie Sanders)

Elogio della lentezza

Credo che la malinconia sia un problema musicale, una dissonanza, un ritmo alterato. Mentre fuori tutto accade con un vertiginoso ritmo da cascata, dentro c’è una lentezza esausta da goccia d’acqua che cade di tanto in tanto. Ecco perché quel fuori contemplato dal dentro melanconico risulta assurdo e irreale e costituisce la farsa che tutti dobbiamo rappresentare.
(Alejandra Pizarnik)

Viziare lumache è una delle attività che realizzo nelle giornate piovose/oziose

Tutti i miei coetanei sono morti

Nelle mie giornate ci sono momenti in cui inizio a canticchiare canzoni improvvisate. È pura libera associazione. A volte, quando mi piace la melodia o considero che il testo possiede qualche valore poetico, le registro; la maggior parte delle volte, come si dice, lascio perdere. Qualche giorno fa mi sono stupito cantando gioiosamente un testo che parlava della mia futura morte. La mia futura assenza era una condizione celebrata con vera allegria. Il giorno dopo, mentre contemplavo estasiato un’inaspettata nevicata, tornai a leggere alcune poesie di Jorge Teillier. Cercai e rilessi “Neve notturna”, cercando sicuramente di empatizzare con le stesse emozioni provate dal poeta cileno, di sentirmi accompagnato nella mia gioia elementare. Dopo “Neve notturna” approdai per caso a una poesia che non conoscevo intitolata “Darei tutto l’oro del mondo”. Accidenti! Negli ultimi versi di questa poesia lessi:


Daría no sé cuánto / por descansar en la tierra / con las frías monedas de plata de la lluvia / cerrándome los ojos.

Non so quanto darei / per riposare nella terra / con le fredde monete di argento della pioggia / chiudendo i miei occhi


La vita è un fulgore che dobbiamo guardare con intermittenza per non accecarci


L’immagine delle monete chiudendo gli occhi mi ha fatto subito pensare a quella antica usanza di collocare due monete sugli occhi dei morti. E poi non ho potuto non pensare alla mia canzoncina improvvisata. Ahimè, mi sono detto sospirando, i miei veri coetanei sono tutti morti…

Neve notturna (Jorge Teillier)

Può esistere qualcosa prima della neve?
Prima di quella purezza implacabile,
implacabile come il messaggio di un mondo
che non amiamo, ma cui apparteniamo
e che si intuisce in quel suono
tuttavia fratello del silenzio.
Quali dita ti fanno cadere,
polverizzato scheletro di petali?
Cenere di un cielo antico
che fa restare solo davanti al fuoco
ascoltando i passi dell’amico che se ne andò,
eco di parole che non ricordiamo,
ma che ci fanno male, come se le stessimo pronunciando di nuovo.
E può esistere qualcosa dopo la neve?
Qualcosa dopo
l’ultimo sguardo del cieco al pallore del sole,
qualcosa dopo
che il bimbo malato dimentica di guardare il nuovo mattino,
o meglio ancora, dopo aver dormito come un convalescente
con la testa sulla gonna
di colei che a volte si ama.
Chi sei, neve notturna,
fugace, disciolta primavera che sopravvive sul ciliegio?
O che importa chi sei?
Per guardare la neve di notte bisogna chiudere gli occhi,
non ricordare nulla, non chiedere nulla,
scomparire, scivolare come lei nel visibile silenzio.

Destino

Provare un’irrefrenabile voglia di partire, srotolare una carta geografica pieno di entusiasmo, lasciar cadere a caso il dito indice sulla mappa con gli occhi chiusi, e poi, aprendoli, scoprire con sensazione di beffa che il tuo maledetto dito indica proprio il posto dove abiti.

Pascal aveva ragione: “Tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo.”

Diotima e Scardanelli

La silhouette di Hölderlin, realizzata l’anno 1797, mi è sempre sembrata il buco della serratura…

Oh! Un Dio è l’uomo allorché sogna, un mendicante quando riflette…

A volte m’immagino spiando attraverso quel buco, e allora vedo Diotima e Scardanelli finalmente insieme, abbracciati come la coppia della scultura L’abisso di Pietro Canonica:

Ma nella realtà Scardanelli e Diotima non si videro mai, perché Suzette Gontard (Diotima) morì prima che Hölderlin diventassi Scardanelli…

Danza disordinata

Mattinata splendida, divina, al Louxembourg alla Stazione di Genova Brignole. Vedevo la gente andare su e giù e mi dicevo che noi viventi (viventi!) siamo qui solo per sfiorare la superficie terrestre per un po’. Invece di guardare la faccia dei passanti, guardavo i loro piedi, e tutti quegli esseri umani per me non erano altro che passi, passi che andavano in tutte le direzioni, danza disordinata sulla quale sarebbe vano soffermarsi…

Frammento di Emil Cioran adattato da me (ricontestualizzato geograficamente)

Quaderni 1957-1972

Stazione Brignole dopo la pioggia.

Fare figli

Frase tratta dal libro Il soccombente di Thomas Bernhard.

Non sono d’accordo con Thomas Bernhard: non c’è nessun tipo di crudeltà nel gettare i figli nell’ingranaggio dell’esistenza; c’è “soltanto” incoscienza. Se alcuni genitori, provvisti di una palla di cristallo, potessero prevedere le sofferenze che aspettano ai loro potenziali discendenti, sono quasi sicuro che non procrearebbero.

Meteoropatia

La più piccola variazione atmosferica rimette in discussione i miei progetti, non oso dire le mie convinzioni. Questa forma di dipendenza, la più umiliante che ci sia, mi abbatte profondamente, e nel contempo dissipa le poche illusioni che mi rimanevano sulle mie possibilità di essere libero e sulla libertà in sé. A che serve imbaldanzirsi quando si è alla mercè dell’Umido e del Secco? Si desidererebbe schiavitù meno miserevole, e dèi di ben altra levatura.

Emil Cioran, l’inconveniente di essere nato

Il bisogno di nominare le cose può assumere, talvolta, il senso di profanazione di ciò che deve rimanere avvolto nella sua sacralità. Il tentativo di definire una Realtà che sfugge ad ogni forma logica costituisce un atto di trasgressione nei riguardi di un segreto da custodire nell’intimità del silenzio. Tacere diventa, allora, un modo di manifestare una consapevolezza volta a proteggere l’ineffabile dalla curiosa invadenza di un intelletto che pretende di penetrare anche là dove la sua funzione appare quale indiscreta intrusione di un ospite indesiderato.

Renato Emanuele

Il chicco in disparte

Oggi a pranzo ho cucinato ceci. Li ho mangiati con gli avanzi di ieri sera (orzo, riso e farro). Dopo averli scolati, quando li ho versati nel piatto, ho scoperto un chicco diverso dagli altri. Invece di toglierlo per buttarlo più tarde nel compost, l’ho separato dai suoi ex compagni, ma lasciandolo nello stesso piatto.

Piangere senza scrupoli è una sorta di lusso emozionale che mi posso permettere vivendo da solo.

Vederlo così in disparte, emarginato, mi ha proprio colpito. Ancora mi capita di commuovermi a causa di questo genere di cose, le cosiddette inezie. A volte anche mi capita quando vado in città, ma in questo caso non sono inezie le fonti della mia commozione: in città mi capita quando avverto la inequivoca sofferenza nel volto di alcune persone.

Questo di oggi è stato un vero accesso di compassione, e forse non mi sbaglierei se decidessi di aggiungere il prefisso “auto” alla parola “compassione”.

A un certo punto ho dovuto alzarmi dal tavolo: non avevo voglia di sperimentare nuovi sapori, di usare come condimento le mie proprie lacrime.

Nobilitazione di una didascalia

Ieri sera, mentre ideavo una frase per l’immagine che ho inserito nel post Immersione nel silenzio, mi è venuta in mente una domanda che sembrava un kōan: “Come sarà l’eco del silenzio?” Mi è piaciuta la domanda. È sorta, mi ricordo, mentre contemplavo l’immagine; mentre contemplavo, più esattamente, le tenui onde che in essa si vedono:

Come sarà l’eco del silenzio? (didascalia originale scartata per… mancanza di originalità)

Spinto da quel prurito dell’originalità che, in casi estremi, può portare a una paralisi creativa, cercai su Google “L’eco del silenzio”. È venuto fuori un film dell’anno 2007 intitolato proprio così. Allora ho cambiato idea ed è venuta fuori la seguente frase:

Parlare sottovoce per non disturbare il silenzio è come usare trampoli per non calpestare la neve appena caduta


Ho pensato che meritava un post tutto suo, che non poteva rimanere confinata sotto un’immagine in veste di falsa didascalia. Insomma: mi sono affezionato ad essa. Mi sentivo in dovere di nobilitarla. Fatto.

Sapore di stelle e aroma di lenticchie

Ho messo a bollire le lenticchie sulla stufa a legna e poi, dopo aver guardato il termometro e dopo essere rimasto sorpreso della piacevolissima temperatura* (10 gradi alle 8 pm sui 900 metri sul livello del mare il 22 febbraio), ho deciso di andare a sdraiarmi sull’amaca che proprio oggi ho legato tra due alberi, un’amaca che trascorse gli ultimi mesi svernando assieme ai ghiri e alle lucertole. E lì, sotto i due alberi che d’estate mi danno ombra, sotto un cielo ancora senza luna (sorgerà più tarde) ho cominciato a guardare le stelle, e mi sono detto che quando gli alberi sono spogli e quando nel cielo non ci sono nuvole sembra che le stelle pendano dai rami, e mentre separavo le sillabe aiutandomi un po’ ridicolmente con le dita per creare un haiku almeno metricamente perfetto, una stella cadente mi distrasse (in realtà è proprio l’opposto!), una stella cadente che vidi cadere verticalmente, non obliquamente come la maggior parte delle stelle che ho visto cadere nella mia vita, e allora mi sono detto che creare un haiku in quella circostanza era una perdita di tempo -o più esattamente: una mancanza di rispetto-, e mi sono anche detto che ciò che veramente contava era il godimento di quell’istante, e che il desiderio di lasciare un registro era un modo di macchiarlo, di non godermelo fino in fondo, e allora decise di continuare a guardare il cielo senza nuvole e senza luna, ma dopo un po’, forse con la scusa di dare un’occhiata alle lenticchie, sono tornato a casa, e invece di togliere il coperchio e dare effettivamente un’occhiata alle lenticchie mi sono seduto a scrivere questo che voi state leggendo adesso, parole con cui voglio comunque registrare questo momento, parole che spero abbiano il sapore delle stelle e l’aroma di lenticchie bollendo sulla stufa a legna.

*Ma perchè ho bisogno del termometro, non possiedo forse sensori termici sulla mia pelle?

Solitudine di bambù

Non molti anni fa, quando pensavo che essere felice era uno dei tanti modi della frivolezza, scrisse un aforisma che oggi, in un periodo della mia vita abbastanza tranquillo, leggo con un sorriso tenero sul volto, come quando guardiamo una foto della nostra adolescenza e ci domandiamo come abbiamo potuto indossare quella giacca così orribile. Mi è venuto in mente, l’aforisma, quando ho visto un’immagine veramente potente nel post di Evaporata (una delle persone interessanti che seguo su wordpress): è un cuore i cui contorni sono fatti di filo spinato.

Il mio aforismo, invece, è il seguente:

Una solitudine di filo spinato contro i predoni della nostra intimità. Se i solitari fossimo coerenti, è quello ciò che dovremmo erigere.

Non ricordo esattamente la circostanza nella quale è stato scritto. Forse mi sentivo invaso da certe persone che non mi piacevano. Forse è nato semplicemente come teorico sfogo di misantropia.

Oggi, come quando ero bambino, continuo ad essere solitario, molto solitario (la mia condizione naturale); ma è una solitudine, credo, sempre più amabile, eretta con canne di bambù, non già con filo spinato.

Solitudine di bambù con spiraglio sul cielo

Orbettino

Qualche giorno fa ho fatto uscire alcune mosche dal loro letargo dopo aver acceso una stufa a legna. Ieri ho svegliato dal suo letargo mnemico il ricordo di un amore giovanile. Oggi invece, spostando un tronco, ho fatto uscire dal suo letargo invernale un… orbettino!

L’orbettino (Anguis fragilis) è un animale eccezionalmente longevo: può arrivare a vivere 50 anni di età. Lo so, sono stato un irrispettoso: avrei dovuto togliermi il guanto…


Da molti erroneamente considerato un serpente, per via del suo particolare modo di incedere, dovuto alla mancanza di arti; in realtà si tratta di una lucertola che, nel corso dell’evoluzione, ha perso le zampe; come molte lucertole, in caso di pericolo riesce a spezzare la coda, che rappresenta il 60% della lunghezza del corpo, lasciandola sul terreno per distrarre l’aggressore e riuscire a fuggire (il nome scientifico sottolinea questa sua capacità – infatti fragilis significa che si può spezzare). Altro aspetto che differenzia questa specie rispetto agli ofidi, è la presenza di palpebre che si chiudono, un minor numero di vertebre ed una pelle più robusta.

Fonte: Wikipedia.

Nostalgia

Mi spaventa l’asimmetria del tuo sguardo: con un occhio mi abbracci, e con l’altro mi dai uno schiaffo

Frase scritta originariamente in spagnolo, la mia lingua materna, qualche anno fa, mentre lavoravo a una sorta di romanzo che, come tante altre cose nella mia vita, è rimasto inconcluso. Mi è venuta in mente oggi -ancora non so bene per quale misterioso motivo- pensando a lei:

Formentera 2002. Anche lei caricherà qualche mio ritratto sul suo blog?

Lettera aperta a un collega orticoltore

Stimato collega orticoltore, mi rivolgo a Lei con una tempestività che sicuramente la farà ricordare la puntualità dei treni di Trenitalia. In questo caso il ritardo (chiamiamolo così) è di addirittura 14 anni!

Invece di rispondere alla Sua domanda (dopo 14 anni avrà sicuramente capito qual’è la causa di quelle fessure) vorrei dirle che tutti i neo contadini abbiamo vissuto la stessa esperienza che Lei ha vissuto con i Suoi ortaggi. Ha molta ragione quando afferma che le fessure “rendono meno appetibile (per usare un eufemismo) l’ortaggio”. Non si può negare, tuttavia, che quelle stesse fessure rendono i pomodori fotograficamente molto attraenti. Ed è proprio questa la ragione che mi spinge a scrivere queste righe: farle vedere una fotografia che ho scattato l’anno scorso. In essa può Lei apprezzare le marcate fessure dei pomodori del mio orto.

Pomodori fessurati del mio orto-giardino. Sembra che l’Intemperie li ha usati per praticare l’arte del kintsugi.

Ha visto? Capita a tutti! Vorrei anche aggiungere che le fessure dei pomodori mi fanno pensare alle rughe dei miei nonni che non ebbi la fortuna di conoscere (sono nato quando loro erano già scomparsi). Cosa c’entrano i miei nonni, si chiederà Lei? Beh’, non c’entrano nulla, mi scuso per questo inopportuno sentimentalismo genealogico.

La ringrazio per l’attenzione e La saluto cordialmente.

Haiku II

“La luce emessa è dovuta alla diseccitazione* degli atomi del meteoroide (non delle molecole d’aria); il contributo delle molecole d’aria è del tutto trascurabile (sotto il 5%**)”

(Informazione scientifica tratta da: http://www.castfvg.it/zzz/ids/meteora.html)

Meteoroide entrando nell’atmosfera. La pace dei sensi è ancora una pace precaria…
Stella cadente
tutti i miei desideri
bruciano con te

 *grassetto mio


**Avete capito? 
 Il contributo delle molecole d'aria
è del tutto trascurabile:
non sopravvalutate mai
il contributo delle molecole d'aria
nell'emissione della luce di un meteoroide!

Equilibrio

Se una farfalla si posa su di te, rallegrati, ma evita la presunzione di considerarti un fiore: sappi che prima o poi ti visiterà una mosca.

Antica stufa e una bella scorta di legna. Vivitur parvo bene, diceva Orazio.

Questo aforisma lo scrisse un’estate di qualche anno fa, dopo che una farfalla si era effettivamente posata su di me. L’ho ricordato quassù, sull’Appennino ligure, in questa grigia giornata d’inverno, quando ho visto alcune mosche uscire dal loro letargo invernale. (Scusate mosche, ma non potevo non accendere la stufa.)

Cartoline dell’ultimo giorno

“È curioso, ma vivere consiste nel costruire futuri ricordi” 
Ernesto Sabato, Il  tunnel

L’ultimo giorno ho percorso le strade assaporando ogni passo.

Ho osservato i paesaggi con occhi vergini, paesaggi che dopo un mese ho/avevo già il diritto di chiamare quotidiani.

Ma questa volta li ho osservati invaso da quella nostalgia anticipata di chi presto dovrá andare via.

Ho fatto delle fotografie con la stessa preveggenza di uno scoiattolo che in autunno raccoglie nocciole per l’inverno, abbondante scorta di immagini con cui nutrirò la mia futura nostalgia di queste lande bruciate dal sole.

Pittura astratta e portolani

Pochi giorni fa ho avuto una calorosa discussione epistolare con un amico pittore. Commentando il suo ultimo quadro gli ho detto ingenuamente che certe figure somigliavano le ramificazioni dendritiche dei neuroni.

Frammentto del quadro del mio amico il cui titolo provvisorio è “Ultramarino”.

Grande errore. Lo capii dalla sua risposta un po’ irritata. Mi sono reso conto che per un pittore astratto militante, l’allusione a un elemento figurativo nei suoi quadri equivale a un atto blasfemo, un po’ come fargli vedere a un ateo militante che nelle nuvole c’è il volto della Vergine*.

(Informandomi un po’ scoprii che la tendenza a cercare figure riconoscibili dovo ci sono soltanto macchie ambigue è un fenomeno molto comune che in psicologia è chiamato pareidolia.)

Ma la cosa più interessante di tutto questo è che pochi minuti fa (influenzato forse dalle idee del mio amico) mi è successo proprio l’opposto che mi era successo con le dendrite: ho scambiato una carta di navigazione antica (un portolano) per un quadro astratto!!!

Il cartografo che creò questo portolano era un kandiskiano secoli prima che Kandinsky nascesse. Il suo nome è Angelino Dulcert (1339).

*Non ho niente contro gli atei militanti. Anzi, mi stanno simpatici. (Io sono soltanto un ateo abulico).

Bisogno di affetto e pidocchi virtuali

I nostri antenati remoti, nei momenti di ozio, si ripulivano a vicenda dei parassiti. Era anche un modo di rafforzare i legami affettivi, o di ricucire quelli che si erano strappati. Attualmente ci incontriamo sui social, e ogni like che mettiamo è un pidocchio immaginario in meno nella pelle delle persone che seguiamo.

Comandamento personale che ogni tanto trascuro: “Non cercare l’apprezzamento degli altri”.


Adesso me accorgo, con un pizzico di autocompiacenza e molta gratitudine, che sulla mia pelle questi maledetti pidocchi brulicano sempre di meno. Ah, i like: queste delicate dita virtuali di cui abbiamo tanto bisogno!

L’erba del vicino I

Pochi giorni fa, riflettendo su l’immaginaria invidia delle Barbie di Sara (espressa in un commento nel mio ultimo post che potete leggere qui), m’è venuta in mente una vecchia frase di Leopardi che nessun malinconico che si rispetti dovrebbe ignorare: “En todos los climas, bajo todos los cielos, la felicidad siempre está en otra parte” (“In qualsiasi clima, sotto tutti i cieli, la felicità è sempre altrove”)*. E a quel punto ho deciso di scrivere un post su questo tema, che in realtà non è precisamente l’invidia (o non soltanto l’invidia), bensì l’illusione di credere che gli altri siano più felici di noi. Invece di teorizzare ho deciso di citare passaggi di due film e di due libri che sono venuti in mio aiuto spontaneamente, attirati dalla frase-magneto di Leopardi.

Ogni parola è una parola di troppo. Eppure si deve scrivere: …scriviamo… illudiamoci a vicenda.” (Emil Cioran)


La prima citazione l’ho presa da una scena del film La ragazza sul ponte (Patrice Leconte, 1998). Quando l’ho ricordata sono andato subito a rivederla. È il momento in cui i due protagonisti stanno seduti al tavolo sulla terrazza di un bar. Adèle, la ragazza che il lanciatore di coltelli ha salvato dopo aver tentato il suicidio, e che adesso lavora con lui facendo di bersaglio, inizia a guardare con occhi sognanti il commesso del bar. In quell’istante Gabor, il lanciatore di coltelli, racconta la seguente storia:

Molto tempo fa abitavo in una strada della parte dei numeri pari (al 22), e guardavo dalla finestra i numeri dispari delle case di fronte perché credevo che la gente che ci viveva era più felice, che le stanze fossero più luminose, che le serate fossero più allegre. Ma le camere erano buie, le stanze più piccole, e i numeri dispari guardavano quelli di fronte… Perché pensiamo che la fortuna sia sempre quello che non si ha”.

La scena, che dura 1:55, potete guardarla qui sotto:

La ragazza sul ponte: la felicità è sempre altrove.

Ho anche ricordato la parte finale del documentario della tournée che Woody Allen realizzò per l’Europa con la sua band l’anno 1997. Non sono riuscito a trovare questa scena, quindi non posso riprodurre testualmente il suo discorso. Vado a memoria, assumendo quindi due rischi: 1. che scorderò aspetti significativi del suo discorso. 2. Che aggiungerò aspetti mai esistiti. Vado: Woody Allen contempla i tetti di Roma dalla terrazza dell’hotel dove si alloggia. A suo fianco si trova Soon-Yi Previne. A un certo punto confessa che aveva sempre voluto ammirare la bellezza di Roma, ma che in quel momento non vede l’ora di tornare a New York. Un po’ più avanti, concludendo il suo discorso, nomina la parola “anedonia” per giustificare la sua incapacità di godere del momento presente. Insomma, il suo discorso non è altro che una versione prolissa della sintetica frase “La felicittà è sempre altrove” leopardiana.

Ho un solo rimpianto nella vita: di non essere qualcun altro.”

Ho deciso di dividere questo post in due parti per non esaurire la pazienza delle poche persone che mi leggono. (Adesso m’accorgo che dividendolo in due parti rischio di esaurirla due volte… Beh’, corriamo il rischio).

*Ho tradotto la frase dallo spagnolo perché non ho trovato la frase originale in italiano, quindi la mia traduzione potrebbe non essere quella giusta.

Distrazione tropicale

Distrazione tropicale

Sono uscito
a comprare il latte
ma quando ha cominciato a piovere
mi sono distratto

Alla fine tornai a casa
con due etti di formaggio
un po’ di petricor
e parzialmente bagnato.

La foto è stata scattata da me il 2013 in Trentino. L’aneddoto invece (chiamarla poesia sarebbe eccessivo) è accaduto pochi giorni fa qui alle Isole Canarie.

L’esempio della natura

È saputo che a Charles Baudelaire la natura lo lasciava indifferente. Nemmeno Pessoa (tranne Alberto Caeiro, uno dei i suoi eteronimi) si lasciava affascinare da essa. In un frammento di Tabaccheria -tre versi che condensano un sentimento di disillusione assoluta, cioè una disillusione che ingloba la natura e l’umanità (ma è disillusione o anedonia?)- Pessoa afferma:

Sono andato in campagna pieno di grandi propositi.
Ma là ho incontrato solo erba e alberi,
e quando c’era, la gente era uguale all’altra.

La mia ammirazione per entrambi i poeti, tuttavia, non mi impedisce differire da loro su questo punto. Secondo me non solo la cultura è piena di stimoli e belleza. Anche la natura lo è, anche in essa possiamo scoprire tanti insegnamenti, tanti tesori nascosti. Nella foto che vi propongo, scattata da me l’anno 2017 sull’Appennino ligure, si vedono due carpini neri cresciuti uno insieme all’altro. Uno di loro ha avuto un inizio un po’ complicato. Mentre cresceva, però, è riuscito a raddrizzare il suo tronco, e adesso la sua chioma può ricevere la luce del sole come gli altri alberi.

Questo carpino è un esempio da imitare.

La lettera più bella

C’era una volta un ornitologo abbastanza solitario. Abitava in una casa lontana da tutte le altre case. Persino i paesi più vicini erano lontani. Si trovava esattamente nel punto in cui finiva lo sterrato, una traccia appena visibile che la neve dell’inverno rendeva intransitabile. La stagione che l’ornitologo amava di più era proprio l’inverno. Poi cominciava una regione vasta e selvaggia. Quando cadeva la notte, non era infrequente sentire l’ululato dei lupi.  Soltanto gli escursionisti più temerari osavano avventurarsi da quelle parti. La persona con la quale scambiava più parole (tre) era il postino. Buongiorno signor postino, salutava l’ornitologo ogni volta che lo vedeva arrivare. Buongiorno signor ornitologo, rispondeva a sua volta il postino. Col passare degli anni, però, la presenza del postino si fece sempre più sporadica, finché arrivò il giorno in cui lo vide per l’ultima volta. Da quel momento l’ornitologo non scambiò più parole con nessuno. Gli unici esseri umani che frequentò da lì in poi, gli unici con cui sentiva certa affinità, si trovavano negli scaffali della sua biblioteca, tra le pagine dei libri. Poco prima di morire, essendo già un anziano, fu testimone di una scena meravigliosa, una sorta di regalo che la natura le offrì per addolcire i suoi ultimi giorni: vide dalla sua finestra che due uccellini si infilavano alternatamente nella sua casella postale. Nei loro becchi portavano fili d’erba, crine di cinghiali e pezzettini di lana. Il nido che costruiva la coppia di uccellini fu la lettera più bella che l’ornitologo mai ricevette nella sua intera vita. In quel preciso momento, durante un secondo che si ingrandì nel suo cuore come goccia di pioggia nel marmo caldo, desiderò avere qualcuno lì vicino: aveva sentito il bisogno di un testimone, qualcuno che certificasse che anche lui era stato -almeno durante un breve instante- felice. Pochi giorni dopo, mentre l’ornitologo cominciava ad agonizzare nel suo letto senza che nessuna mano stringesse la sua, un primo uccellino, rompendo il guscio della sua uova, s’affacciò per la prima volta alla vita. Quando l’ornitologo emise il suo ultimo stertore, cinque uccellini affollavano il nido, e aprivano i loro delicati becchi per ricevere, dai becchi di loro genitori, le prime larve della primavera.

Binari

“If two lines are truly parallel, it means they’ll never actually meet”*

John Koenig commentando l’espressione “Moment of tangency”

“Non true in Non-euclidean Geometry”

(Sagen Sagita contestando l’affermazione di John Koenig)

“Like two people whose paths seem to cross, and then they don’t”
Arvo Pärt descrivendo le note di un passaggio di Für Alina

Fugacità

Per Thomas Browne nulla è destinato a durare (…) Le piramidi, gli archi trionfali e gli obelischi sono colonne di ghiaccio in progressivo scioglimento (…) Le più grandi stirpi sono durate a malapena quanto riescono a vivere tre querce, l’una dopo l’altra

W. G. Sebald parafrasando lo scrittore e filosofo Thomas Browne ne “Gli anelli di Saturno”

Stampelle

Nei pressi del mercato c’era un ragazzo con le stampelle, appoggiato a un muro, e i miei piedi non ce la facevano più. Con una sola occhiata fugace abbiamo misurato la nostra parentela

Werner Herzog, Sentieri nel ghiaccio

Trovo che la cosa veramente bella della vita sia l’aver perso ogni illusione e ciononostante fare un atto di vita, essere complici di una cosa come questa (…) questa contraddizione fra il proprio sapere e le proprie azioni dona alla vita una dimensione misteriosa e in un certo senso la riscatta

Emil Cioran, Un apolide metafisico

Sono andato in città dopo molto tempo senza calpestare l’asfalto. Ogni volta che ci vado lo faccio con la stessa curiosità del naturalista che fa una escursione in montagna: osservo le persone come il naturalista le piante, le pietre e gli animali; prendo appunti, faccio cataloghi mentali.

Questa volta mi ha colpito molto vedere una signora anziana camminando con grande difficoltà. Questa anziana signora si appoggiava a un uomo che doveva essere, secondo me, suo figlio. La cosa curiosa è che lui, a sua volta, camminava con grande difficoltà aiutandosi con una stampella.

Grazie alla posizione dove mi trovavo, accanto a una delle colonne dei portici di Piazza della Vittoria, a Genova, ho potuto osservarli senza il timore di essere scoperto, e il mio sguardo li ha accompagnati  durante lunghi cinque secondi, il tempo necessario per poter continuare a accompagnarli anche dopo, quando i miei occhi si sono posati sul mio quaderno di appunti, ossia quando ho cominciato ad osservarli attraverso la lente d’ingrandimento della riflessione.

Quale sarebbero allora le nostre stampelle?

Quella coppia di essere umani mi è sembrata una metafora perfetta per rappresentare qualcosa che non è facile da afferrare. Ciò che non mi sfugge però è che l’inafferrabile a cui alludo e che loro incarnavano così bene ha un qualcosa di eroico, e che mi provoca la stessa emozione che provo quando, passeggiando nel bosco dopo un temporale, scopro un albero per terra, un albero semi sradicato dal vento con la metà delle sue radici per aria, un albero che malgrado tutto continuerà a vivere con i suoi rami cercando verticalmente la luce del sole.

Silvestrone (ovvero il tic della gratitudine)

Silvestrone è un gatto inselvatichito con il quale ho un rapporto quasi perfetto. A volte non si fa vivo durante giorni, settimane o addirittura mesi. Altre volte sono io chi non si fa vivo durante giorni, settimane o mesi. Dopo circa quattro anni di sporadica convivenza (il sostantivo, lo so, è inesatto) ancora non permette che mi avvicini a lui. La distanza di sicurezza che ha stabilito è di circa due metri. Quando oltrepasso i suoi confini mi soffia. Mi soffia delicatamente, e sempre di meno, ma ancora mi soffia. Non miagola mai. Dopo i suoi pasti, quando gli parlo, tende a chiudere involontariamente un occhio. È una sorta di tic che appare sul suo viso solo quando gli parlo, ciò che mi porta a pensare che magari è un modo attraverso il quale prova di comunicare qualcosa. Mi piace pensare che quel tic è un miagolio non “verbalizzato” con cui esprime la sua sobria contentezza di gatto sazio. Quando mi trovo in mood ottimista e ho bisogno di qualche carezza sonora, mi piace addirittura pensare che quel tic è una sorta di fusa che lui mi fa in segno di gratitudine.

Silvestrone posando per la foto a tre metri di distanza, allerta e taciturno. Avrà mai conosciuto la sua schiena la carezza di una mano?

Mi sembra di capire abbastanza bene Silvestrone, sicuramente perchè possiedo molti dei suoi tratti biografici e comportamentali: da una manciata di anni vivo la maggior parte del tempo in mezzo al bosco, da solo, e posso trascorrere settimane o mesi senza vedere le poche persone che considero i miei amici (senza però che questi periodi di lontananza fisica indeboliscano i nostri rapporti). Come lui, posso impiegare lunghi secondi fissando il vuoto, aspettando pazientemente il passaggio di qualche idea-preda. Inoltre il mio inselvatichimento ha accentuato la mia connaturata scarsa inclinazione al contatto fisico, per non parlare delle fusa che non ho mai imparato a fare (ma quale sarebbero le fusa umane? Le coccole?)

Non sarebbe strano che uno di questi giorni, ascoltando uno dei miei amici dopo pranzo, spuntassi uno strano tic sul mio viso.

Ad occhi socchiusi

Certe volte, mentre sto leggendo un libro cartaceo, succede che mi disinteresso della lettura. Allora mi spoglio delle vesti di serio lettore e subito dopo mi metto quelle di un ozioso giocherellone. Poi socchiudo gli occhi e il mio sguardo si sofferma sulle righe bianche che si trovano tra le lettere.

Viste? No? Ma avete socchiusi gli occhi? Senza socchiudere gli occhi non le vedrete

Hanno una forma pixelada e talvolta formano figure graziose, come le tracce che lasciano nel legno le larve xilofaghe:

I tarli, tra gli animali, sono gli artisti più sottovalutati

L’altro giorno mi è successo con Ricordi del sottosuolo di Dostojevskj (lo stavo rileggendo, ciò che spiega il mio momentaneo disinteresse). Mentre mettevo a fuoco con gli occhi socchiusi le righe di cui parlavo scoprì una “A” perfetta.

Pagina di Ricordi del sottosuolo sottolineata da un/una lettore/lettrice sconosciuto/a. Le frasi sottolineate, nella maggior parte dei casi, sono le stesse che io stesso avrei riputato degne di sottolineatura. Ho preso il libro da una cassetta della Little Free Library, qui in Liguria, quindi non saprò mai a chi è appartenuto.

L’ho scoperta circondata (cominciando dall’alto in senso orario) dalle parole “Germania”, “romantico”, “quelle”, “si”, “permettetemi”, “lui”, “opposte” e “nostro”.

Eccola

Adesso vado a prendere un bagno nelle vasche naturali del torrente vicino a casa… Mi serve proprio!

Sogni morti

Piove col sole. Le gocce cadono a macchia di leopardo su un’enorme lastra di ardesia. Osservandole con attenzione mi accorgo che si spandono prima di morire. Sfioro la lastra con le mie dita: è calda. Sono macchie grigio-oscure che risaltano sulla superficie grigio-chiara dell’ardesia. Ad un tratto penso ad una lastra lapidea, una lastra lapidea che protegge no so quale sogno morto. Poi, sotto una pioggia sempre più fitta, vado in giardino a tagliare qualche fiore.

Le gocce di pioggia, sulla lastra di ardesia calda, si spandono prima di sparire