Origine ipotetica dell’interiezione ‘ahimè’

Gli aforismi sono la specialità dei concisi, è vero, ma anche dei pigri. O di coloro che hanno il fiato intellettuale corto. Dopo scrivere che “I sospiri sono il fischiettare dei malinconici” ho continuato a riflettere sui sospiri e sono arrivato alla interiezione “ahimè”. Ciò che leggerete a continuazione è solo una ipotesi -un po’ giocosa, un po’ sul serio- sull’origine della parola “ahimè”.

 

L’interiezione “ahimè” non è altro che l’onomatopea di un sospiro. La prima sillaba, “ahi”, equivale alla prima parte del sospiro (l’ispirazione). “Me”, invece, la più udibile, alla seconda, (l’espirazione). Non ci sono dubbi: abbiamo una necessità fisiologica di lamentarci.

Scultrici del vento

Dopo una breve siesta vespertina ho fatto una passeggiata in mezzo al bosco. Attratto dal profumo, mi sono rivolto alla zona delle robinie che quassù, sui 900 metri sul livello del mare, fioriscono un po’ più tardi rispetto al fondovalle. Pian piano, mentre mi avvicinano, la presenza del dolce profumo ha cominciato a sfumare, e un ronzio non meno gradevole che l’aroma appena goduto ha attirato adesso i miei sensi: le api facevano il suo lavoro. Mi fermai sotto gli alberi e alzai la testa per vedere se riuscivo a distinguerne almeno una. Mi è sembrato di vedere non un ape bensì un bombo. Ma subito dopo, nello stesso modo avventato con cui la mia attenzione era passata dal profumo dei fiori al ronzio delle api, e dal ronzio alla voglia di vedere qualche ape, subito dopo, dicevo, anche questa volta la mia attenzione ha saltellato, e con la leggerezza di una farfalla si è posata sulle rondini che giocavano lassù, forse a un centinaio di metri sopra il livello delle chiome, sotto un luminoso cielo grigio. Naturalmente, la mia coscienza ha continuato a saltellare, ma questa volta dentro i miei ricordi, e allora sono arrivato a un vecchio haiku che scrissi sulla cima del Monte Caucaso (non molto lontano da dove mi trovo adesso), un haiku poco ortodosso che diceva così:

Ali di lama

Scultrici del vento

Ah, le rondini

 

Poi sono tornato a casa.

La cognizione del dolore

 

Oggi sono stato a letto quasi tutto il giorno. Potrei dire che ho svernato il giorno nella tana del mio letto. La causa? Una contrazione stomacale accompagnata da dolori lancinanti. C’erano momenti in cui, se cambiavo posizione o se respiravo troppo profondamente, il dolore mutava la sua forma e acquisiva il carattere dei crampi. È stata una brutta esperienza. L’unica posizione che attenuava il dolore, e a volte addirittura lo annullava, era quella pancia in su. Quando dovevo per forza alzarmi, ero costretto a camminare ingobbito; camminare dritto, cioè in posizione eretta, significava stirare i muscoli addominali, quindi equivaleva ad accrescere il dolore. A un certo punto, quando presi coscienza -una presa di coscienza davvero intensa- del modo in cui camminavo, mi sono detto che la giornata di oggi dovevo considerarla una sorta di assaggio di vecchiaia (spero tuttavia arrivarci in buone condizioni).

Nel corso della mia vita gli incontri con il dolore fisico sono stati fortunatamente pochi (a parte gli universali mali di dente e una minuscola ustione di secondo grado su una gamba). Forse per questo ho deciso di incorporare nel mio diario l’esperienza di oggi, perché per me è qualcosa di nuovo, e forse potrò trarre qualcosa di positivo, anche se solo sia la consueta valorizzazione che le conferiamo alla nostra salute dopo aver lasciato in dietro uno stato di malessere come quello di oggi.

Con l’arrivo del tramonto, dopo aver bevuto una infusione di biancospino, il dolore è sparito. Se è stato un acciacco di origine nervoso o organico, questo per ora non lo so. Solo so che adesso sto bene, e che mi è tornato persino l’appetito.

Buona salute a tutti.

Nostalgia dell’inverno

Nel bel mezzo della primavera, ecco che all’improvviso provo nostalgia dell’inverno, e anche della gioia spartana che sempre m’infonde. Quando nelle mie passeggiate scopro ghiaccioli, e penso poi all’espressione “il morso del freddo”, m’immagino che questi ghiaccioli sono dei canini iper aguzzi con i quali il freddo, se non indossi i vestiti idonei, può morderti.

Jpeg

L’ignoranza come fonte della creazione poetica

Alcune ore fa parlavo di un mio accesso poetico nato dalla mia sensibilitá ma anche dalla mia ignoranza. Più tardi, mentre prendevo cura del mio giardino, questa idea -l’idea che l’ignoranza possa essere a volte una delle fonte della creazione poetica-, ha cominciato a chiedere diritto di cittadinanza nel mio diario. Mi sono detto che non è un’idea così originale se penso alla nascita delle mitologie. Che cos’altro sono le mitologie se non spiegazioni poetiche degli inizi che ignoriamo? Nella comunicazione quotidiana, infatti, se non abbiamo la parola giusta per nominare quello di cui vogliamo parlare, tendiamo a ricorrere alle metafore. Le metafore, poetiche o non, sarebbero dei sentieri non ancora calpestati che dobbiamo per forza prendere quando non siamo capaci di imboccare la strada principale, cioè quando ignoriamo la parola giusta. Ma il bello di tutto questo è che in quella avventura, in quel trekking attraverso sentieri verbali sconosciuti, torniamo a volte con oggetti mai visti prima: una nuova espressione poetica, per l’appunto