Destino

Provare un’irrefrenabile voglia di partire, srotolare una carta geografica pieno di entusiasmo, lasciar cadere a caso il dito indice sulla mappa con gli occhi chiusi, e poi, aprendoli, scoprire con sensazione di beffa che il tuo maledetto dito indica proprio il posto dove abiti.

Pascal aveva ragione: “Tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo.”

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Diotima e Scardanelli

La silhouette di Hölderlin, realizzata l’anno 1797, mi è sempre sembrata il buco della serratura…

Oh! Un Dio è l’uomo allorché sogna, un mendicante quando riflette…

A volte m’immagino spiando attraverso quel buco, e allora vedo Diotima e Scardanelli finalmente insieme, abbracciati come la coppia della scultura L’abisso di Pietro Canonica:

Ma nella realtà Scardanelli e Diotima non si videro mai, perché Suzette Gontard (Diotima) morì prima che Hölderlin diventassi Scardanelli…

Danza disordinata

Mattinata splendida, divina, al Louxembourg alla Stazione di Genova Brignole. Vedevo la gente andare su e giù e mi dicevo che noi viventi (viventi!) siamo qui solo per sfiorare la superficie terrestre per un po’. Invece di guardare la faccia dei passanti, guardavo i loro piedi, e tutti quegli esseri umani per me non erano altro che passi, passi che andavano in tutte le direzioni, danza disordinata sulla quale sarebbe vano soffermarsi…

Frammento di Emil Cioran adattato da me (ricontestualizzato geograficamente)

Quaderni 1957-1972

Stazione Brignole dopo la pioggia.

Fare figli

Frase tratta dal libro Il soccombente di Thomas Bernhard.

Non sono d’accordo con Thomas Bernhard: non c’è nessun tipo di crudeltà nel gettare i figli nell’ingranaggio dell’esistenza; c’è “soltanto” incoscienza. Se alcuni genitori, provvisti di una palla di cristallo, potessero prevedere le sofferenze che aspettano ai loro potenziali discendenti, sono quasi sicuro che non procrearebbero.

Meteoropatia

La più piccola variazione atmosferica rimette in discussione i miei progetti, non oso dire le mie convinzioni. Questa forma di dipendenza, la più umiliante che ci sia, mi abbatte profondamente, e nel contempo dissipa le poche illusioni che mi rimanevano sulle mie possibilità di essere libero e sulla libertà in sé. A che serve imbaldanzirsi quando si è alla mercè dell’Umido e del Secco? Si desidererebbe schiavitù meno miserevole, e dèi di ben altra levatura.

Emil Cioran, l’inconveniente di essere nato

Il bisogno di nominare le cose può assumere, talvolta, il senso di profanazione di ciò che deve rimanere avvolto nella sua sacralità. Il tentativo di definire una Realtà che sfugge ad ogni forma logica costituisce un atto di trasgressione nei riguardi di un segreto da custodire nell’intimità del silenzio. Tacere diventa, allora, un modo di manifestare una consapevolezza volta a proteggere l’ineffabile dalla curiosa invadenza di un intelletto che pretende di penetrare anche là dove la sua funzione appare quale indiscreta intrusione di un ospite indesiderato.

Renato Emanuele

Il chicco in disparte

Oggi a pranzo ho cucinato ceci. Li ho mangiati con gli avanzi di ieri sera (orzo, riso e farro). Dopo averli scolati, quando li ho versati nel piatto, ho scoperto un chicco diverso dagli altri. Invece di toglierlo per buttarlo più tarde nel compost, l’ho separato dai suoi ex compagni, ma lasciandolo nello stesso piatto.

Piangere senza scrupoli è una sorta di lusso emozionale che mi posso permettere vivendo da solo.

Vederlo così in disparte, emarginato, mi ha proprio colpito. Ancora mi capita di commuovermi a causa di questo genere di cose, le cosiddette inezie. A volte anche mi capita quando vado in città, ma in questo caso non sono inezie le fonti della mia commozione: in città mi capita quando avverto la inequivoca sofferenza nel volto di alcune persone.

Questo di oggi è stato un vero accesso di compassione, e forse non mi sbaglierei se decidessi di aggiungere il prefisso “auto” alla parola “compassione”.

A un certo punto ho dovuto alzarmi dal tavolo: non avevo voglia di sperimentare nuovi sapori, di usare come condimento le mie proprie lacrime.

Nobilitazione di una didascalia

Ieri sera, mentre ideavo una frase per l’immagine che ho inserito nel post Immersione nel silenzio, mi è venuta in mente una domanda che sembrava un kōan: “Come sarà l’eco del silenzio?” Mi è piaciuta la domanda. È sorta, mi ricordo, mentre contemplavo l’immagine; mentre contemplavo, più esattamente, le tenui onde che in essa si vedono:

Come sarà l’eco del silenzio? (didascalia originale scartata per… mancanza di originalità)

Spinto da quel prurito dell’originalità che, in casi estremi, può portare a una paralisi creativa, cercai su Google “L’eco del silenzio”. È venuto fuori un film dell’anno 2007 intitolato proprio così. Allora ho cambiato idea ed è venuta fuori la seguente frase:

Parlare sottovoce per non disturbare il silenzio è come usare trampoli per non calpestare la neve appena caduta


Ho pensato che meritava un post tutto suo, che non poteva rimanere confinata sotto un’immagine in veste di falsa didascalia. Insomma: mi sono affezionato ad essa. Mi sentivo in dovere di nobilitarla. Fatto.

Sapore di stelle e aroma di lenticchie

Ho messo a bollire le lenticchie sulla stufa a legna e poi, dopo aver guardato il termometro e dopo essere rimasto sorpreso della piacevolissima temperatura* (10 gradi alle 8 pm sui 900 metri sul livello del mare il 22 febbraio), ho deciso di andare a sdraiarmi sull’amaca che proprio oggi ho legato tra due alberi, un’amaca che trascorse gli ultimi mesi svernando assieme ai ghiri e alle lucertole. E lì, sotto i due alberi che d’estate mi danno ombra, sotto un cielo ancora senza luna (sorgerà più tarde) ho cominciato a guardare le stelle, e mi sono detto che quando gli alberi sono spogli e quando nel cielo non ci sono nuvole sembra che le stelle pendano dai rami, e mentre separavo le sillabe aiutandomi un po’ ridicolmente con le dita per creare un haiku almeno metricamente perfetto, una stella cadente mi distrasse (in realtà è proprio l’opposto!), una stella cadente che vidi cadere verticalmente, non obliquamente come la maggior parte delle stelle che ho visto cadere nella mia vita, e allora mi sono detto che creare un haiku in quella circostanza era una perdita di tempo -o più esattamente: una mancanza di rispetto-, e mi sono anche detto che ciò che veramente contava era il godimento di quell’istante, e che il desiderio di lasciare un registro era un modo di macchiarlo, di non godermelo fino in fondo, e allora decise di continuare a guardare il cielo senza nuvole e senza luna, ma dopo un po’, forse con la scusa di dare un’occhiata alle lenticchie, sono tornato a casa, e invece di togliere il coperchio e dare effettivamente un’occhiata alle lenticchie mi sono seduto a scrivere questo che voi state leggendo adesso, parole con cui voglio comunque registrare questo momento, parole che spero abbiano il sapore delle stelle e l’aroma di lenticchie bollendo sulla stufa a legna.

*Ma perchè ho bisogno del termometro, non possiedo forse sensori termici sulla mia pelle?

Solitudine di bambù

Non molti anni fa, quando pensavo che essere felice era uno dei tanti modi della frivolezza, scrisse un aforisma che oggi, in un periodo della mia vita abbastanza tranquillo, leggo con un sorriso tenero sul volto, come quando guardiamo una foto della nostra adolescenza e ci domandiamo come abbiamo potuto indossare quella giacca così orribile. Mi è venuto in mente, l’aforisma, quando ho visto un’immagine veramente potente nel post di Evaporata (una delle persone interessanti che seguo su wordpress): è un cuore i cui contorni sono fatti di filo spinato.

Il mio aforismo, invece, è il seguente:

Una solitudine di filo spinato contro i predoni della nostra intimità. Se i solitari fossimo coerenti, è quello ciò che dovremmo erigere.

Non ricordo esattamente la circostanza nella quale è stato scritto. Forse mi sentivo invaso da certe persone che non mi piacevano. Forse è nato semplicemente come teorico sfogo di misantropia.

Oggi, come quando ero bambino, continuo ad essere solitario, molto solitario (la mia condizione naturale); ma è una solitudine, credo, sempre più amabile, eretta con canne di bambù, non già con filo spinato.

Solitudine di bambù con spiraglio sul cielo

Orbettino

Qualche giorno fa ho fatto uscire alcune mosche dal loro letargo dopo aver acceso una stufa a legna. Ieri ho svegliato dal suo letargo mnemico il ricordo di un amore giovanile. Oggi invece, spostando un tronco, ho fatto uscire dal suo letargo invernale un… orbettino!

L’orbettino (Anguis fragilis) è un animale eccezionalmente longevo: può arrivare a vivere 50 anni di età. Lo so, sono stato un irrispettoso: avrei dovuto togliermi il guanto…


Da molti erroneamente considerato un serpente, per via del suo particolare modo di incedere, dovuto alla mancanza di arti; in realtà si tratta di una lucertola che, nel corso dell’evoluzione, ha perso le zampe; come molte lucertole, in caso di pericolo riesce a spezzare la coda, che rappresenta il 60% della lunghezza del corpo, lasciandola sul terreno per distrarre l’aggressore e riuscire a fuggire (il nome scientifico sottolinea questa sua capacità – infatti fragilis significa che si può spezzare). Altro aspetto che differenzia questa specie rispetto agli ofidi, è la presenza di palpebre che si chiudono, un minor numero di vertebre ed una pelle più robusta.

Fonte: Wikipedia.

Nostalgia

Mi spaventa l’asimmetria del tuo sguardo: con un occhio mi abbracci, e con l’altro mi dai uno schiaffo

Frase scritta originariamente in spagnolo, la mia lingua materna, qualche anno fa, mentre lavoravo a una sorta di romanzo che, come tante altre cose nella mia vita, è rimasto inconcluso. Mi è venuta in mente oggi -ancora non so bene per quale misterioso motivo- pensando a lei:

Formentera 2002. Anche lei caricherà qualche mio ritratto sul suo blog?

Lettera aperta a un collega orticoltore

Stimato collega orticoltore, mi rivolgo a Lei con una tempestività che sicuramente la farà ricordare la puntualità dei treni di Trenitalia. In questo caso il ritardo (chiamiamolo così) è di addirittura 14 anni!

Invece di rispondere alla Sua domanda (dopo 14 anni avrà sicuramente capito qual’è la causa di quelle fessure) vorrei dirle che tutti i neo contadini abbiamo vissuto la stessa esperienza che Lei ha vissuto con i Suoi ortaggi. Ha molta ragione quando afferma che le fessure “rendono meno appetibile (per usare un eufemismo) l’ortaggio”. Non si può negare, tuttavia, che quelle stesse fessure rendono i pomodori fotograficamente molto attraenti. Ed è proprio questa la ragione che mi spinge a scrivere queste righe: farle vedere una fotografia che ho scattato l’anno scorso. In essa può Lei apprezzare le marcate fessure dei pomodori del mio orto.

Pomodori fessurati del mio orto-giardino. Sembra che l’Intemperie li ha usati per praticare l’arte del kintsugi.

Ha visto? Capita a tutti! Vorrei anche aggiungere che le fessure dei pomodori mi fanno pensare alle rughe dei miei nonni che non ebbi la fortuna di conoscere (sono nato quando loro erano già scomparsi). Cosa c’entrano i miei nonni, si chiederà Lei? Beh’, non c’entrano nulla, mi scuso per questo inopportuno sentimentalismo genealogico.

La ringrazio per l’attenzione e La saluto cordialmente.

Haiku II

“La luce emessa è dovuta alla diseccitazione* degli atomi del meteoroide (non delle molecole d’aria); il contributo delle molecole d’aria è del tutto trascurabile (sotto il 5%**)”

(Informazione scientifica tratta da: http://www.castfvg.it/zzz/ids/meteora.html)

Meteoroide entrando nell’atmosfera. La pace dei sensi è ancora una pace precaria…
Stella cadente
tutti i miei desideri
bruciano con te

 *grassetto mio


**Avete capito? 
 Il contributo delle molecole d'aria
è del tutto trascurabile:
non sopravvalutate mai
il contributo delle molecole d'aria
nell'emissione della luce di un meteoroide!

Equilibrio

Se una farfalla si posa su di te, rallegrati, ma evita la presunzione di considerarti un fiore: sappi che prima o poi ti visiterà una mosca.

Antica stufa e una bella scorta di legna. Vivitur parvo bene, diceva Orazio.

Questo aforisma lo scrisse un’estate di qualche anno fa, dopo che una farfalla si era effettivamente posata su di me. L’ho ricordato quassù, sull’Appennino ligure, in questa grigia giornata d’inverno, quando ho visto alcune mosche uscire dal loro letargo invernale. (Scusate mosche, ma non potevo non accendere la stufa.)

Cartoline dell’ultimo giorno

“È curioso, ma vivere consiste nel costruire futuri ricordi” 
Ernesto Sabato, Il  tunnel

L’ultimo giorno ho percorso le strade assaporando ogni passo.

Ho osservato i paesaggi con occhi vergini, paesaggi che dopo un mese ho/avevo già il diritto di chiamare quotidiani.

Ma questa volta li ho osservati invaso da quella nostalgia anticipata di chi presto dovrá andare via.

Ho fatto delle fotografie con la stessa preveggenza di uno scoiattolo che in autunno raccoglie nocciole per l’inverno, abbondante scorta di immagini con cui nutrirò la mia futura nostalgia di queste lande bruciate dal sole.

Pittura astratta e portolani

Pochi giorni fa ho avuto una calorosa discussione epistolare con un amico pittore. Commentando il suo ultimo quadro gli ho detto ingenuamente che certe figure somigliavano le ramificazioni dendritiche dei neuroni.

Frammentto del quadro del mio amico il cui titolo provvisorio è “Ultramarino”.

Grande errore. Lo capii dalla sua risposta un po’ irritata. Mi sono reso conto che per un pittore astratto militante, l’allusione a un elemento figurativo nei suoi quadri equivale a un atto blasfemo, un po’ come fargli vedere a un ateo militante che nelle nuvole c’è il volto della Vergine*.

(Informandomi un po’ scoprii che la tendenza a cercare figure riconoscibili dovo ci sono soltanto macchie ambigue è un fenomeno molto comune che in psicologia è chiamato pareidolia.)

Ma la cosa più interessante di tutto questo è che pochi minuti fa (influenzato forse dalle idee del mio amico) mi è successo proprio l’opposto che mi era successo con le dendrite: ho scambiato una carta di navigazione antica (un portolano) per un quadro astratto!!!

Il cartografo che creò questo portolano era un kandiskiano secoli prima che Kandinsky nascesse. Il suo nome è Angelino Dulcert (1339).

*Non ho niente contro gli atei militanti. Anzi, mi stanno simpatici. (Io sono soltanto un ateo abulico).

Bisogno di affetto e pidocchi virtuali

I nostri antenati remoti, nei momenti di ozio, si ripulivano a vicenda dei parassiti. Era anche un modo di rafforzare i legami affettivi, o di ricucire quelli che si erano strappati. Attualmente ci incontriamo sui social, e ogni like che mettiamo è un pidocchio immaginario in meno nella pelle delle persone che seguiamo.

Comandamento personale che ogni tanto trascuro: “Non cercare l’apprezzamento degli altri”.


Adesso me accorgo, con un pizzico di autocompiacenza e molta gratitudine, che sulla mia pelle questi maledetti pidocchi brulicano sempre di meno. Ah, i like: queste delicate dita virtuali di cui abbiamo tanto bisogno!

L’erba del vicino I

Pochi giorni fa, riflettendo su l’immaginaria invidia delle Barbie di Sara (espressa in un commento nel mio ultimo post che potete leggere qui), m’è venuta in mente una vecchia frase di Leopardi che nessun malinconico che si rispetti dovrebbe ignorare: “En todos los climas, bajo todos los cielos, la felicidad siempre está en otra parte” (“In qualsiasi clima, sotto tutti i cieli, la felicità è sempre altrove”)*. E a quel punto ho deciso di scrivere un post su questo tema, che in realtà non è precisamente l’invidia (o non soltanto l’invidia), bensì l’illusione di credere che gli altri siano più felici di noi. Invece di teorizzare ho deciso di citare passaggi di due film e di due libri che sono venuti in mio aiuto spontaneamente, attirati dalla frase-magneto di Leopardi.

Ogni parola è una parola di troppo. Eppure si deve scrivere: …scriviamo… illudiamoci a vicenda.” (Emil Cioran)


La prima citazione l’ho presa da una scena del film La ragazza sul ponte (Patrice Leconte, 1998). Quando l’ho ricordata sono andato subito a rivederla. È il momento in cui i due protagonisti stanno seduti al tavolo sulla terrazza di un bar. Adèle, la ragazza che il lanciatore di coltelli ha salvato dopo aver tentato il suicidio, e che adesso lavora con lui facendo di bersaglio, inizia a guardare con occhi sognanti il commesso del bar. In quell’istante Gabor, il lanciatore di coltelli, racconta la seguente storia:

Molto tempo fa abitavo in una strada della parte dei numeri pari (al 22), e guardavo dalla finestra i numeri dispari delle case di fronte perché credevo che la gente che ci viveva era più felice, che le stanze fossero più luminose, che le serate fossero più allegre. Ma le camere erano buie, le stanze più piccole, e i numeri dispari guardavano quelli di fronte… Perché pensiamo che la fortuna sia sempre quello che non si ha”.

La scena, che dura 1:55, potete guardarla qui sotto:

La ragazza sul ponte: la felicità è sempre altrove.

Ho anche ricordato la parte finale del documentario della tournée che Woody Allen realizzò per l’Europa con la sua band l’anno 1997. Non sono riuscito a trovare questa scena, quindi non posso riprodurre testualmente il suo discorso. Vado a memoria, assumendo quindi due rischi: 1. che scorderò aspetti significativi del suo discorso. 2. Che aggiungerò aspetti mai esistiti. Vado: Woody Allen contempla i tetti di Roma dalla terrazza dell’hotel dove si alloggia. A suo fianco si trova Soon-Yi Previne. A un certo punto confessa che aveva sempre voluto ammirare la bellezza di Roma, ma che in quel momento non vede l’ora di tornare a New York. Un po’ più avanti, concludendo il suo discorso, nomina la parola “anedonia” per giustificare la sua incapacità di godere del momento presente. Insomma, il suo discorso non è altro che una versione prolissa della sintetica frase “La felicittà è sempre altrove” leopardiana.

Ho un solo rimpianto nella vita: di non essere qualcun altro.”

Ho deciso di dividere questo post in due parti per non esaurire la pazienza delle poche persone che mi leggono. (Adesso m’accorgo che dividendolo in due parti rischio di esaurirla due volte… Beh’, corriamo il rischio).

*Ho tradotto la frase dallo spagnolo perché non ho trovato la frase originale in italiano, quindi la mia traduzione potrebbe non essere quella giusta.

Distrazione tropicale

Distrazione tropicale

Sono uscito
a comprare il latte
ma quando ha cominciato a piovere
mi sono distratto

Alla fine tornai a casa
con due etti di formaggio
un po’ di petricor
e parzialmente bagnato.

La foto è stata scattata da me il 2013 in Trentino. L’aneddoto invece (chiamarla poesia sarebbe eccessivo) è accaduto pochi giorni fa qui alle Isole Canarie.

L’esempio della natura

È saputo che a Charles Baudelaire la natura lo lasciava indifferente. Nemmeno Pessoa (tranne Alberto Caeiro, uno dei i suoi eteronimi) si lasciava affascinare da essa. In un frammento di Tabaccheria -tre versi che condensano un sentimento di disillusione assoluta, cioè una disillusione che ingloba la natura e l’umanità (ma è disillusione o anedonia?)- Pessoa afferma:

Sono andato in campagna pieno di grandi propositi.
Ma là ho incontrato solo erba e alberi,
e quando c’era, la gente era uguale all’altra.

La mia ammirazione per entrambi i poeti, tuttavia, non mi impedisce differire da loro su questo punto. Secondo me non solo la cultura è piena di stimoli e belleza. Anche la natura lo è, anche in essa possiamo scoprire tanti insegnamenti, tanti tesori nascosti. Nella foto che vi propongo, scattata da me l’anno 2017 sull’Appennino ligure, si vedono due carpini neri cresciuti uno insieme all’altro. Uno di loro ha avuto un inizio un po’ complicato. Mentre cresceva, però, è riuscito a raddrizzare il suo tronco, e adesso la sua chioma può ricevere la luce del sole come gli altri alberi.

Questo carpino è un esempio da imitare.

La lettera più bella

C’era una volta un ornitologo abbastanza solitario. Abitava in una casa lontana da tutte le altre case. Persino i paesi più vicini erano lontani. Si trovava esattamente nel punto in cui finiva lo sterrato, una traccia appena visibile che la neve dell’inverno rendeva intransitabile. La stagione che l’ornitologo amava di più era proprio l’inverno. Poi cominciava una regione vasta e selvaggia. Quando cadeva la notte, non era infrequente sentire l’ululato dei lupi.  Soltanto gli escursionisti più temerari osavano avventurarsi da quelle parti. La persona con la quale scambiava più parole (tre) era il postino. Buongiorno signor postino, salutava l’ornitologo ogni volta che lo vedeva arrivare. Buongiorno signor ornitologo, rispondeva a sua volta il postino. Col passare degli anni, però, la presenza del postino si fece sempre più sporadica, finché arrivò il giorno in cui lo vide per l’ultima volta. Da quel momento l’ornitologo non scambiò più parole con nessuno. Gli unici esseri umani che frequentò da lì in poi, gli unici con cui sentiva certa affinità, si trovavano negli scaffali della sua biblioteca, tra le pagine dei libri. Poco prima di morire, essendo già un anziano, fu testimone di una scena meravigliosa, una sorta di regalo che la natura le offrì per addolcire i suoi ultimi giorni: vide dalla sua finestra che due uccellini si infilavano alternatamente nella sua casella postale. Nei loro becchi portavano fili d’erba, crine di cinghiali e pezzettini di lana. Il nido che costruiva la coppia di uccellini fu la lettera più bella che l’ornitologo mai ricevette nella sua intera vita. In quel preciso momento, durante un secondo che si ingrandì nel suo cuore come goccia di pioggia nel marmo caldo, desiderò avere qualcuno lì vicino: aveva sentito il bisogno di un testimone, qualcuno che certificasse che anche lui era stato -almeno durante un breve instante- felice. Pochi giorni dopo, mentre l’ornitologo cominciava ad agonizzare nel suo letto senza che nessuna mano stringesse la sua, un primo uccellino, rompendo il guscio della sua uova, s’affacciò per la prima volta alla vita. Quando l’ornitologo emise il suo ultimo stertore, cinque uccellini affollavano il nido, e aprivano i loro delicati becchi per ricevere, dai becchi di loro genitori, le prime larve della primavera.

Fuochi d’artificio*

*I fuochi d’artificio sono un tipo di esplosivo formato da polvere pirica e altri elementi chimici che all’atto dell’esplosione genera colorati effetti luminosi e sonori. Vengono accesi dal pirotecnico. (Wikipedia)

Quanta speranza nel cominciare da zero. l’illusione di ricominciare da zero. in realtà ogni giorno ricominciamo. In un certo senso si potrebbe dire che svegliarsi ogni giorno è anche un modo di ricominciare, e allora ogni mezzanotte sarebbe un capodanno quotidiano.

Auguri anche a te, caro Vodafone…

Ma in realtà tutto non è altro che una continuazione, e ancora ci trasciniamo per la vita con le stesse vecchie paure. Se fossimo lumache, e la loro baba la traccia visibile delle nostre paure, il pianeta Terra visto dallo spazio sembrerebbe una mummia-ellissoide, una mummia-elissoide avvolta da finissimi filamenti argentati.

I geni che abbiamo ereditato dai nostri genitori e le nostre esperienze ci hanno modellati, e quello che chiamiamo libero arbitrio altro non è che la modesta possibilità di scegliere tra una manciata di carte da un mazzo ormai sgualcito.

Uf, l’euforia generalizzata di capodanno mi ha sempre rattristato. Avevo bisogno do sfogarmi, di oscurare un po’ tanto fuoco d’artificio. Sereno anno a tutti in compagnia di questa canzone di Radiohead:

https://www.youtube.com/watch?v=My10FLH5DT0

“More productive
comfortable
not drinking too much
regular exercise at the gym (3 days a week)
getting on better with your associate employee contemporaries
at ease
eating well (no more microwave dinners and saturated fats)
a patient better driver
a safer car (baby smiling in back seat)
sleeping well (no bad dreams)
no paranoia
careful to all animals (never washing spiders down the plughole)
keep in contact with old friends (enjoy a drink now and then)
will frequently check credit at (moral) bank (hole in wall)
favours for favours
fond but not in love
charity standing orders
on sundays ring road supermarket
(no killing moths or putting boiling water on the ants)
car wash (also on sundays)
no longer afraid of the dark
or midday shadows
nothing so ridiculously teenage and desperate
nothing so childish
at a better pace
slower and more calculated
no chance of escape
now self-employed
concerned (but powerless)
an empowered and informed member of society (pragmatism not idealism)
will not cry in public
less chance of illness
tires that grip in the wet (shot of baby strapped in back seat)
a good memory
still cries at a good film
still kisses with saliva
no longer empty and frantic
like a cat
tied to a stick
that’s driven into
frozen winter shit (the ability to laugh at weakness)
calm
fitter, healthier and more productive

A PIG
IN A CAGE
ON ANTIBIOTICS”

Elogio della solitudine

Sul sito di School of life ho scoperto un video che tocca un argomento a me molto caro, quello della solitudine. Nei sottotitoli in italiano potete leggere: “Una volta che accettiamo la solitudine possiamo diventare creativi. Possiamo iniziare a inviare messaggi nella bottiglia. Possiamo cantare, scrivere poesia, produrre libri e blog, attività che sbocciano dalla realizzazione che le persone attorno a noi non ci capiranno mai completamente, ma che altri, separati da noi da tempo e spazio, potrebbero.”

Tra le tante idee che considero interessanti c’è una particolarmente cara a cui ero approdato da solo alcuni anni fa: contemplare la creazione artistica non solo come un ponte che unisce due solitudini, ma anche come porta di ingresso all’intimitá di un’altra persona con cui abbiamo affinità. Loro la esprimono così: “La storia dell’arte è l’archivio di persone che non riuscirono a trovare qualcuno nelle vicinanze a cui parlare. E noi possiamo prendere l’intimità codificata, ad esempio, nelle parole di un poeta romano morto nel 10 A.C. o nei testi di un cantante che descrivevano proprio il nostro blues la nostra tristezza in una registrazione da Nashville del 1963”.

Il video potete guardarlo qui:


Cartolina da Las Palmas

Sono scappato dal freddo appenninico e sono venuto a svernare alle Isole Canarie. C’è sempre il sole, c’è sempre tanto sole. E’ un bel tempo monotono, come il persistente sorriso di una persona che, per contrasto, ti fa ricordare che nel tuo viso c’è sempre un po’ di nebbia. Una volta qualcuno mi domandò: ti piace il sole? Ero a Brazza, in Croazia, un inverno di qualche anno fa, ed io immitavo le lucertole. Non è che mi piaccia tanto, risposi, lo prendo como un’altro prenderebbe un medicinale.

Basta, adesso parlo tramite una fotografia che ho scattato oggi…

… e che mi ha fatto ricordare House with no door, di Van der Graaf Generator. Buon ascolto.

There’s a house with no door, I’m living there
At nights it gets cold and the days are hard to bear inside
There’s a house with no roof, so the rain creeps in
Falling through my head as I try to think out time
I don’t know you, you say you know me
That may be so, there’s so much that I am unsure of
You call my name, but it sounds unreal, I forget how I feel
My body’s rejecting the cure

There’s a house with no bell but then nobody calls
I sometimes find it hard to tell if any are alive at all outside
There’s a house with no sound; yes, it’s quiet there
There’s not much point in words if there’s no-one to share in time

I’ve learned my lines, I know them so well
I am ready to tell whoever will finally come in
Of the line in my mind that’s cold in the night
It doesn’t seem right when there’s that little dark figure running
Won’t somebody help me?

There’s a house with no door and there’s no living there
One day it became a wall, well I didn’t really care at the time
There’s a house with no light, all the windows are sealed
Overtaxed and strained – now nothing is revealed but time
I don’t know you, you say you know me
That may be so, there’s so much that I am unsure of
You call my name, but it sounds unreal
I forget how I feel, my body’s rejecting the cure
Won’t somebody help me?